| |

Come usare l’ICF
La classificazione ICF è un insieme di termini chiamati domini (o capitoli) e categorie, organizzati gerarchicamente dal più generale al più specifico. Dato che l’ICF è stato creato per non essere ridondante né ambiguo, ogni dominio e categoria nella classificazione sono univoci, si applicano cioè a una e una sola condizione dell’universo classificato. Ciò è un elemento essenziale dell’ICF: per essere in grado di raccogliere e utilizzare le informazioni ogni item nella classificazione richiama a un dato unitario e ogni dato ha uno e un solo codice. Il sistema di codifica alfanumerica ICF è molto semplice, ma molto versatile. La prima posizione, indicata da una lettera, identifica quale componente è coinvolta. La seconda posizione, che viene riempita con un numero da 1 a 9, identifica il capitolo (o dominio) della classificazione che è il termine di primo livello. La terza posizione occupa due cifre da 10 a 99 e identifica la categoria, che è il termine di classificazione di secondo livello (primo livello di categoria). La quarta e la quinta posizione occupano una cifra ciascuna e identificano le sottocategorie, cioè i termini di terzo e quarto livello. Da ultimo, dopo il punto vi è il primo qualificatore di gravità della menomazione (unico qualificatore per le funzioni corporee). Per le altre componenti possono essere usati qualificatori e per i fattori ambientali si appone un + al posto del punto per identificare i facilitatori.
Codifica e qualificatori: Un “codice ICF completo” deve avere almeno un qualificatore§ Pertanto b 2 10 0 3 non è un codice completo
Naturalmente ci sono più codici possibili che categorie dell’ICF (per esempio, ci sono 8x90x10x7=50.400 codici possibili, ma solo 393 categorie delle funzioni corporee). È importante sottolineare una regola della struttura dei codici: i codici dovrebbero fornire informazioni sullo stato funzionale e per far ciò almeno un qualificatore deve essere inserito. Pertanto b21003, pur indicando una particolare categoria dell’ICF (potrebbe essere usata dai ricercatori per identificare una categoria), non è un codice corretto.
Linee guida per la codifica ICF
Punti chiave delle linee guida: - Scegliere un insieme di codici per creare un “profilo” completo di funzionamento dell’individuo - Codificare solo le informazioni “rilevanti” - Codificare solo le informazioni “esplicite” - Codificare le informazioni “specifiche”
A differenza dell’ICD10, l’ICF descrive un profilo del funzionamento della persona e della sua disabilità, ossia l’intera esperienza del funzionamento e della disabilità a livello del corpo, della persona e della società. Ciò significa che l’uso clinico voluto per l’ICF richiede che tutte le componenti della classificazione (inclusi i fattori ambientali) siano utilizzate per creare un profilo globale. Ovviamente non è pratico l’utilizzo di tutti i codici, che potrebbero essere applicati a una persona; il setting clinico e in particolare la necessità di codificare e raccogliere informazioni determineranno quanto debba essere estensivo il range di codifica. Tuttavia il modello biopsicosociale che sta alla base dell’ICF comporta che un ritratto accurato della natura del funzionamento e della disabilità di una persona richieda input da ogni componente: in altre parole non vi è singola componente dell’ICF che catturi l’essenza del funzionamento e della disabilità oppure una sola da cui le altre possano essere inferite.
Informazioni rilevanti: L’ICF è una classificazione della salute, per cui solo le informazioni rilevanti riguardanti la salute e i domini a essa correlati devono essere codificati. Inoltre l’uso dell’ICF presume che ci sia una sottostante condizione di salute, anche se non può essere stabilito alcun legame diretto fra una condizione di salute e il livello di funzionamento della persona. Ciò significa che bisogna fare attenzione nel distinguere fra l’esperienza di funzionamento e disabilità associata a una condizione di salute sottostante e la risultante di sesso, etnia, religione o altri fattori socioeconomici. Per esempio, se le restrizioni della partecipazione in incarichi remunerativi sono imputabili più alle discriminazioni razziali che non a una reazione a una sottostante condizione di salute o a un livello di funzionamento, la classificazione di questi elementi non è un uso appropriato dell’ICF. Per lo stesso motivo la scelta di una persona di astenersi dal partecipare a un’area di vita sociale non rappresenta una restrizione alla partecipazione, che possa essere codificata dall’ICF. Solo restrizioni nella performance che siano associate a livelli di funzionamento sono codificate da questa classificazione in modo rilevante.
Informazioni esplicite: L’ICF è una classificazione descrittiva, non uno strumento diagnostico. L’utente deve codificare solamente ciò che ha osservato senza fare assunzioni relativamente a una condizione di salute o a menomazioni sulla sua capacità di effettuare azioni o su quelle che attualmente è in grado di compiere. Questa caratteristica dell’ICF deriva dal fatto che una delle maggiori obiezioni all’ICIDH era che essa permetteva all’utente di inferire le limitazioni e le restrizioni nella vita della persona sulla base delle sole limitazioni, senza osservare realmente gli aspetti di disabilità della persona. L’ICF rigetta esplicitamente questa posizione: è etiologicamente neutrale per quanto riguarda la fonte delle limitazioni all’attività e le restrizioni alla partecipazione. Così se l’utente osserva che una persona ha una grave menomazione alla mobilità e in un ambiente standard non è in grado di muoversi, egli non dovrebbe inferire che quell’individuo ha una problema di performance nel muoversi nel suo ambiente reale. Questa inferenza non è valida poiché ignora la possibilità che quell’individuo utilizzi dispositivi di assistenza o altri adattamenti ambientali che in pratica eliminano i problemi di performance.
Inferenze “appropriate”: Naturalmente nella pratica clinica talvolta le inferenze sono perfettamente accettabili. Ciò perché sono ovvie o di senso comune: per esempio, quando si inferisce che una persona con diabete conclamato ha una menomazione nel metabolismo dei carboidrati (che è uno degli aspetti che definiscono tale malattia) o che un individuo ha una problema di vista se è totalmente cieca. In aggiunta alcune inferenze sono essenziali nel momento in cui l’osservazione diretta non è possibile, in pratica così come in teoria; tutte le funzioni del primo capitolo, funzioni mentali, devono essere inferite dal comportamento, poiché non possono essere osservate direttamente. Si assume che un clinico sia in grado di distinguere i casi in cui l’inferenza è necessaria da quelli da malattia a menomazione, da menomazione a incapacità, da incapacità a problema di performance, in cui non è clinicamente giustificabile e comporta assunzioni sulle persone con disabilità che sono false e pregiudiziali.
Informazioni “specifiche”: Nelle situazioni cliniche di codifica è giusto essere specifici quanto più possibile e assegnare così la categoria che identifichi più da vicino il funzionamento osservato. Per esempio, se una persona presenta una risposta immune a una specifica sostanza estranea (polvere) il codice appropriato è quello di quarto livello, (b43500 risposta immunitaria specifica). Se non vi è informazione specifica circa la natura della risposta, allora potrebbe essere più corretto utilizzare un livello gerarchicamente più alto e utilizzare un codice più generico: terzo livello (b4350 risposta immunitaria), oppure secondo livello (b435 funzioni del sistema immunologico). Occorre tenere a mente che se per scopi specifici fosse importante avere livelli di dettagli aggiuntivi, oltre a quelli che si trovano nell’ICF, è possibile aggiungerne altri, per esempio: b425001: risposta immunitaria specifica alla polvere; b425002: risposta immunitaria specifica alle graminacee, etc. L’unica restrizione è che gli item addizionali siano conformi alla struttura gerarchica, così che questi quinti livelli possano essere riarrotolati (rolling up) al termine di quarto livello sovrastante. Alcuni progetti italiani testimoniano il crescente interesse da parte dei professionisti e del management istituzionale nei confronti della messa a punto nel nostro Paese di protocolli di valutazione e di sistemi di classificazione della disabilità basati sull’ICF.
Bibliografia 1) Armocida G et al. Medicina delle comunità. Masson, Milano 2002 2) Barbuti S et al. Igiene e medicina preventiva, volume I, Monduzzi Editore, Bologna 2002 3) Classificazioni Internazionali in ambito sanitario (http://www.who.int/classifications/en) 4) Leonardi M et al. Lancet 2006; 348(9543): 1219-1221 5) Leonardi M. Salute, disabilità, ICF e politiche sociosanitarie. In: Sociologia e politiche sociali. Franco Angeli Editore, Milano 2005 6) Leonardi M. Giornale Italiano di Medicina Riabilitativa 2003; 17(1): 1-10 7) Organizzazione Mondiale della Sanità. ICF: Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Edizioni Erickson, 2001 8) Organizzazione Mondiale della Sanità. Dichiarazione di Alma Ata, 1978 (http://www.who.it oppure http://www.trentinosalute.net) 9) OMS-Leonardi M. (editor edizione italiana). Versione Breve ICF Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Edizioni Erickson, Trento 2004 10) OMS-Leonardi M. (editor edizione italiana). ICF Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Edizioni Erickson, Trento 2002 11) Stucki G, Sigl T. Best Pract Res Clin Rheumatol 2003; 17(3): 451-473 Ustün TB et al. Disabil Rehabil 2003; 25(11-12): 565-571
|
|