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Assistiamo con dolore ad episodi gravi e meno gravi di bullismo che accadono ogni giorno a scuola. Quando si parla con questi ragazzi ciò che maggiormente colpisce è la debolezza dei ragionamenti, l'adagiarsi nella filosofia del "così fan tutti", a volte l'acritico appiattimento sulle crudeli regole del branco dominante. Si affollano nella mente le solite categorie interpretative: la tempesta adolescenziale, la complicata ricerca della propria identità, la società ormai priva di valori, la televisione con la spettacolarizzazione finanche degli eventi più tragici, la sotto-cultura della sopraffazione, l'abitudine ad urlare le proprie convinzioni anzichè esporle con pacatezza seguendo principi di logica e di non contraddizione, il disprezzo e la paura del diverso, per indicarne solo le principali. Credo che ogni genitore abbia esperienza di colloqui scuola-famiglia: non sempre sono esperienze edificanti. Quello che potrebbe essere un proficuo incontro tra esperienze, sensibilità, culture, punti di vista diversi, nel comune obiettivo (difficile!) di capire il perchè di pericolosi comportamenti, si trasforma in tutt'altro. Da un lato le frustrazioni di un lavoro mal pagato, scarsamente considerato nella piramide sociale, da affrontare ogni giorno con penuria di risorse materiali disponibili, "arrangiandosi", a volte soli contro tutti. Dall' altro, le ansie e i problemi quotidiani, magari i sensi di colpa per non poter dedicare ai figli tutto il tempo desiderato, rabbie personali che aspettano soltanto un pretesto per dare libero sfogo a se stesse. E allora? Diventa impossibile lo stabilirsi della necessaria alleanza tra figure adulte di riferimento. Laddove sarebbe necessario mostrarsi (essere) uniti nella difesa di valori, nell' esempio di moderazione, di rispetto e comprensione reciproca, al contrario trionfano lo scaricabarile, lo scambio di accuse fino all' invettiva, le recriminazioni. Risultato? Confusione, relativismo morale, aperture desolanti al rifugio nelle scorciatoie dello sballo, del disimpegno, del consenso (facile) attraverso la massificazione (tutti uguali, tutti firmati, tutti omologati). Ugualmente sorprendenti sono le affermazioni di alcuni genitori, quando vengono informati di comportamenti scorretti, per non dire devianti, agiti dai loro figli a scuola. Negare questi atti con gli estranei alla famiglia, per poi fare i conti a casa, può essere comprensibile, anche se non condivisibile, ma se le affermazioni di incredulità sono reali allora la situazione è davvero preoccupante. Delle due l'una: o questi genitori vivono talmente distanti dal mondo dei loro figli, al punto da dividere lo stesso tetto con dei perfetti estranei, oppure i loro comportamenti da adulti non sono così diversi da quelli dei loro figli. Al di là di spiegazioni semplicistiche e ben sapendo che ogni situazione ha la propria storia e il proprio contesto, si vuole qui ribadire che la prima agenzia educativa dei ragazzi è, come è sempre stato, la famiglia. Soltanto se essa sarà capace di trasmettere, nonostante tutto il frastuono mediatico che ci assorda ogni giorno, valori etici profondi, cercando la collaborazione di tutti coloro che (al di fuori della famiglia) sono preposti all'educazione dei giovani come la scuola, in persona di tutti gli insegnanti di buona volontà, sarà possibile alzare un argine contro l'inciviltà e il lassismo ormai dilaganti. La coerenza pedagogica tra agenzie educative (come la scuola), così come quella tra i genitori in ambito familiare, è la sola strada realisticamente percorribile.
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