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'Le famiglie: collaborazione o presa in carico - ruoli, operazioni, responsabilità (prima parte)'

di: Lisa Costagliola, psicologa Servizio Psicoeducativo del Centro Serapide (Monte di Procida, Na); Saverio de Vita, psicologo.
Inserito il: 03/02/2009
 
 

Introduzione
Le difficoltà delle persone nel vivere la propria genitorialità si approfondiscono notevolmente con la presenza di bimbi dallo sviluppo problematico e/o atipico.
Il disagio può derivare dalla scarsa conoscenza di sé e del figlio che si sta allevando; dall’inevitabile problematicità nell’elaborazione di una diagnosi che al di là del suo preciso significato porta con sé la frantumazione di proiezioni ed aspettative “tipiche”; dalla necessità di trovare un nuovo assetto familiare; dalla difficoltà a confrontarsi con gli “altri” genitori.
Spesso ci si trova davanti a genitori che sono convinti di dover “rinunciare a se stessi” per potersi concentrare più proficuamente sullo sviluppo dei propri figli, come se fosse possibile aiutare altri a reggersi in piedi senza sentirsi forti sulle proprie gambe.
Ciò riduce inevitabilmente il senso di autoefficacia ed autostima dei genitori, producendo quindi una diminuzione del benessere psicofisico degli stessi e a cascata un ambiente meno positivo per la crescita dei figli.
Nello stesso tempo il figlio che presenta uno sviluppo problematico e/o atipico è spesso un bambino difficile da comprendere: i genitori spesso si impegnano a guardare con la lente d’ingrandimento ogni comportamento ed ogni nuova acquisizione ma altrettanto frequentemente sono in difficoltà nel discernere gli aspetti legati ad una “normale idiosincrasia” da quelli atipici. Questo aspetto ha un’importanza di rilievo in quanto la difficoltà che i genitori incontrano nella conoscenza dei propri figli alimenta il loro senso di inadeguatezza, e li rende meno abili nello svolgimento delle loro funzioni di “base sicura” e di educazione.
Ciò va inquadrato all’interno di un assetto familiare fatto da altre relazioni, alle quali i genitori spesso si ritrovano a sottrarre energie. Può succedere che l’ambito della relazione di coppia e/o quello della relazione con gli altri figli, che inevitabilmente, oltre ad essere bacini di energia richiedono anche l’attivazione di risorse e di strategie di problem-solving, siano vissuti con fatica, ancora una volta con incidenza negativa sul benessere psicofisico di tutti i membri della famiglia.
Va rilevato inoltre l’indebolimento, nella realtà dei genitori di bimbi con sviluppo atipico, di una risorsa sociale cui generalmente i genitori attingono, ossia quella della condivisione e del confronto con gli altri. Spesso il vissuto di diversità, che può acuirsi nel confronto con gli altri e che può essere accompagnato da sentimenti negativi quali la tristezza o il senso di inadeguatezza, apre un baratro di incomunicabilità, che pur nascendo da motivazioni autoprotettive, riduce il “senso di appartenenza” al gruppo sociale.
Quest’analisi generale dei bisogni e delle difficoltà dei genitori è il punto di partenza per la progettazione di misure di sostegno educativo. Ciò significa, a nostro avviso, che ogni azione di sostegno/supporto/indicazione va pensata in relazione all’impatto che può avere sul sistema familiare, che è inevitabilmente più complesso del focus specifico a cui si rivolge la nostra azione.

Resoconto di un’esperienza di Parent training di gruppo

All’interno del Servizio Psicoeducativo, servizio di presa in carico per le persone con Disturbo Pervasivo dello Sviluppo e delle loro famiglie, il tema della genitorialità è affrontato in diversi modi. Sono presenti, sin dall’attivazione del Servizio stesso, misure di condivisione della programmazione e delle strategie d’intervento attraverso colloqui, osservazioni dirette dei momenti abilitativi (attraverso lo specchio unidirezionale), osservazione di filmati, incontri a casa e a scuola. Nell’agosto 2005 sono stati attivati Percorsi di Parent Training di gruppo, secondo il modello e secondo le indicazioni forniteci dal dott. Micheli e dalla dott. Xaiz.
Il primo percorso tematico, costituito da quattro giornate consecutive, ognuna dedicata ad uno specifico argomento (giornate monotematiche), è stato rivolto a genitori di bambini piccoli (tra 2 anni e mezzo e 4 anni). In particolare l’équipe sentiva l’esigenza, rispetto a questo gruppo di genitori, di offrire uno spazio di spiegazione della diagnosi. L’obiettivo era quello di aiutare i genitori a comprendere il significato della diagnosi di Disturbo Generalizzato dello Sviluppo e di sostenerli nel comprendere le caratteristiche che rendono il loro bambino un bambino con sviluppo atipico. Ci stava molto a cuore, inoltre, l’evitare il disorientamento che può cogliere i genitori nell’imbattersi in un mondo disorganizzato di informazioni, che riguardano in primo luogo la diagnosi, ma anche i possibili interventi terapeutici. Pertanto questo primo Percorso ha avuto come tema “Disturbi Generalizzati dello Sviluppo – significato della diagnosi, possibili interventi”.
Successivamente sono stati attivati altri percorsi, 3 rivolti allo stesso gruppo, altri 4 rivolti a genitori di bambini in età scolare.
Nel presente articolo si è scelto di descriver più in dettaglio il processo che ha portato alla progettazione ed all’attuazione del 1 percorso.

Costituzione del gruppo
Questo primo percorso è stato proposto, attraverso modalità di partecipazione libera, a 6 coppie di genitori, i cui figli afferiscono all’Unità d’Intervento in Età Prescolare. Per facilitare l’accesso dei genitori al percorso è stato scelto l’orario in cui i loro figli sono presenti in ambulatorio. Ciò ha consentito la costituzione di un gruppo di genitori accomunati dal tipo di problematica e dall’età dei loro bambini. Nel corso dei quattro giorni c’è stato un nucleo di genitori che ha mantenuto la costanza nella presenza, altri sono stati presenti solo per un giorno, altri ancora per due giorni, in tal modo il gruppo era ogni giorno leggermente diverso, variando per numero dalle 6 alle 9 persone.

Setting
Come luogo in cui svolgere il Percorso è stata scelta una stanza usualmente adibita a stanza di gioco per i bambini, quindi sufficientemente spaziosa ed accogliente. Non crediamo di aver necessità di sottolineare altri elementi relativi al luogo, se non quella di esplicitare l’importanza della cura del luogo stesso, come uno degli elementi attraverso i quali si manifesta e si concretizza l’accoglienza.
Altri elementi del setting che richiedono di essere esplicitati sono quelli relativi alla struttura: la decisione di programmare quattro incontri monotematici ed indipendenti, in giorni consecutivi. Tale scelta è derivata dal considerare gli obiettivi che ci eravamo posti in relazione al gruppo di genitori ai quali ci rivolgevamo. Possiamo definire gli obiettivi raggruppandoli in tre livelli: fornire informazioni e competenze di educazione speciale, favorire le relazioni all’interno del gruppo, favorire la “ricerca di senso”. Il gruppo di genitori al quale ci rivolgevamo era costituito da un nucleo già coeso, e da genitori più solitari, che per motivi diversi non avevano contatti stabili con gli altri genitori. Sia gli obiettivi fissati, sia la tipologia del gruppo richiedevano un “contenitore” che durasse un po’ di tempo, in modo da consentire ai partecipanti di “riscaldarsi” nel corso dei giorni, ma anche che consentisse ai più timidi e scettici di venire a dare un’occhiata senza sentire il peso di un impegno costante. Pertanto la frequenza, la durata e la flessibilità di partecipazione individuata rispondevano alle nostre esigenze.

Obiettivi generali dei Percorsi di Parent Training di Gruppo
La definizione degli obiettivi nel modello Psicoeducativo – a cui tale Percorso di Parent Training si riferisce – è di importanza cruciale. Gli obiettivi che ci poniamo ci indicano la direzione da seguire e successivamente saranno l’unità di misura dell’efficacia del nostro lavoro. Occorre tuttavia sottolineare ancora una volta (vedi Micheli) che il processo di identificazione di obiettivi, ma anche il processo di valutazione dei risultati, riflette un particolare modello teorico-filosofico dell’operatore che vale la pena di tentare di esplicitare.
Il primo obiettivo, quello contenuto nella definizione stessa di Parent Training, riguarda il “fornire informazioni e competenze tecniche”. Tale obiettivo è ascrivibile all’interno del modello teorico cognitivo-comportamentale, secondo la cui filosofia il tecnico ha il compito di insegnare strategie utili a risolvere il problema contingente (ad esempio quali strategie possono essere d’aiuto nel ridurre i comportamenti problematici, quali quelle per favorire l’attenzione sostenuta al compito e così via). La definizione di questo primo obiettivo ci ha portato ad individuare possibili pericoli, e quindi a tentare di individuare possibili antidoti:
- la presentazione di strategie educative poteva essere percepito dai genitori come qualcosa di “diverso” dalla loro normale funzione educativa;
- l’apprendimento di una “legge dell’apprendimento” poteva lasciarli scoperti rispetto all’uso razionale della legge stessa, dando adito a concezioni sul genitore perfetto che sa sempre come incidere sull’apprendimento del proprio figlio e quindi è sempre super efficiente. Come antidoto abbiamo avuto attenzione durante il percorso, ad inquadrare le strategie di insegnamento e le leggi dell’apprendimento, all’interno della complessità dello sviluppo umano. Il riferimento alla complessità aiuta a tenere insieme concetti come “relatività”, “flessibilità”, “idiosincrasia”, “specificità del gruppo culturale”, “priorità familiari e personali”, consente quindi, a nostro avviso, l’integrazione delle nuove acquisizioni dei genitori all’interno del loro universo di conoscenze e valori.
Quest’ultima considerazione fa da ponte con il secondo obiettivo che può essere sintetizzato con: “favorire la ricerca di senso”. Questo, nel nostro modo di pensare, è il cuore del Parent Training. A nostro avviso fornire strumenti tecnici è utilissimo soprattutto perchè può essere una chiave per accedere a quello che gli psicologi della scuola cognitivista chiamano “ristrutturazione cognitiva”.
Tentiamo di esplicitare la filosofia sottostante: il desiderio di avere un bambino, la sua nascita, la sua crescita sono fenomeni carichi di pensieri e di emozioni. Senza la pretesa di descriverli nè di comprenderli in dettaglio, possiamo dire che tali pensieri ed emozioni contengono un grosso carico di aspettative e speranze per il futuro. L’attribuzione di una diagnosi ad un bambino porta i suoi genitori a modificare aspettative e speranze, spesso attraverso un meccanismo di negativizzazione: “non è come gli altri (in termini negativi)”; “non sa fare questa cosa”; “non imparerà quest’altro”; “non diventerà così”.
Il proporre modi di vedere nei quali ai bambini è possibile insegnare, modi di vedere nei quali le diversità di sviluppo sono interessanti e utili ad avvicinarsi alla riflessione sulla complessità (ancora una volta) dello sviluppo umano, mette genitori e professionisti in una prospettiva diversa. Si aprono nuove strade, ricompaiono le aspettative e le speranze per il futuro, questa volta arricchite con elementi di realtà: il bambino che c’è, con le sue particolari caratteristiche. Emerge la possibilità di “usare la propria creatività”, di costruirsi il “proprio senso”: non potendo attingere ad una indefinita definizione di normalità ci si può finalmente interrogare sul senso che la vita, le relazioni, i figli...hanno per sè stessi.
Il terzo obiettivo individuato per il Percorso di Parent Training è: “favorire le relazioni all’interno del gruppo”. L’identificazione di questo obiettivo deriva dalla considerazione che la possibilità di condividere con un gruppo pensieri ed emozioni consente allo stesso tempo di dividerne il carico negativo e sommarne quello positivo. É quello che succede nei gruppo di auto aiuto, o più semplicemente è quello che succede nei gruppi di minoranza o in situazione di difficoltà: il sapere di avere un compito particolare e “più difficile” degli altri aiuta la formazione di una rete di supporto reciproco. La costituzione della rete è in se stessa fonte di benessere: le maglie sono fatte di affetti e senso di appartenenza.
Per completezza aggiungiamo che nel Percorso di Parent Training i tre obiettivi individuati sono stati considerati in maniera congiunta. In altri termini possiamo dire di aver tentato di utilizzare i tre livelli, comportamentale, esistenziale, relazionale, in modo complementare. Quindi, ad esempio, nell’illustrare una specifica strategia comportamentale si è fatta attenzione all’utilizzo che i genitori di volta in volta ne facevano a livello esistenziale e relazionale. Nello specifico si sono incoraggiate operazioni di potenziamento dell’autostima (ora è chiaro, facevo già così ma non mi sentivo sicuro di are bene, ora so che va bene!), di affiliazione (un genitore ad un altro: mi aiuta sentirti descrivere le tue conquiste, sei così autentica che mi sembra di viverle con te, complimenti e grazie) e di sostegno reciproco (un padre riferendosi a sua moglie: credo che il merito dei progressi di nostro figlio sia soprattutto di mia moglie, le strategie che lei sta illustrando mia moglie le mette in pratica quotidianamente, è molto attenta e precisa...). Nel contempo sono state scoraggiate operazioni di auto ed etero – attacco, e soprattutto sono stati scoraggiate interpretazioni parziali e riduttive che avevano l’effetto di assimilare lo sviluppo del bambino ad un processo simil meccanico.

continua nel prossimo numero .....


 
 
 
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